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SALVO TORRISI

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21/01/2016, 19:45



Tra-polemiche-e-tradimenti-il-Senato-diventa-un-ricordo-


 



180 sì , 112 contrari e un astenuto. Due senatori di Forza Italia, Bocca e Villari, votano con la maggioranza. Il ddl Boschi passa a Palazzo Madama, ora dovrà avere un altro giro alla Camera e poi si aprirà la partita del referendum. Senza verdiniani, i due azzurri e i tosiani, Renzi si fermerebbe a 156, sotto la maggioranza assoluta. Comunque, semplificando, si direbbe che i senatori consegnano le chiavi dell’ufficio, delle poltrone comode e delle boiserie, a sindaci e consiglieri regionali. Ma, nelle ore prima del momento clou, che arriva all’ora di cena, non è che ci sia tanto pathos in giro. Niente clima da ultima spiaggia. Anzi, «di spiagge ce ne saranno altre», dice a Il Tempo, nel pomeriggio, il senatore di Forza Italia Antonio Razzi, molto fiducioso sul referendum. «Gli Italiani respingeranno questa riforma perché hanno capito che altrimenti non contano più niente». E poi la butta sullo storico-campanilistico: «E secondo lei gli italiani permetteranno ad un fiorentino di cancellare il Senato voluto dai Romani?». Anche Maurizio Gasparri è tranquillo: «Ma quale clima da ultimo giorno di scuola! Da domani si apre la partita vera». Fuori dal Palazzo ecco un rilassato Gaetano Quagliariello, leader del neonato movimento Idea: «Io ho già detto in Aula ciò che dovevo dire, e "ho fatto x"». Cioè? «Cioè non partecipo al voto». E sul referendum? «Tanta acqua passerà sotto i ponti», risponde con un sorriso serafico. Intanto, il fiume in piena è come al solito quello di Renzi, che interviene in Aula e promette un impegno casa per casa sul referendum, pone di nuovo sul piatto il suo ritiro dalla politica in caso di fallimento della partita, e prova a smentire i detrattori della riforma. «Noi non tocchiamo il sistema di pesi e contrappesi previsti dalla Costituzione - dice - non si incide sul ruolo della Presidenza della Repubblica come definito dai padri costituenti. Questa riforma rende meno ingessato il sistema parlamentare». Poi la butta sul culturale, citando Weber e Maritain. Lì lo infilza Nicola Morra dei 5 Stelle: «Rispetto agli inizi, quando citava i Jalisse, dimostra che qualcosa ha imparato». Comunque il premier non è il solo, perché nella seduta non mancano le metafore e le figure artistiche. Calderoli, della Lega, la butta sul gotico. «Questa è la riforma del demonio - dice - Volevo vendere l’anima al diavolo per fermarla, ma l’avevano già fatto Renzi e il "su’ babbo", la Boschi e "il su’ babbo". E poi ironizza sul discorso di Renzi: «La sua sintesi è Quo vado». Dice richiamandosi all’ultimo film di Zalone. Cinzia Bonfrisco, dei Conservatori e Riformisti, criticando l’impostazione che sta prendendo il referendum come consultazione ritagliata solo su Renzi, si rifa all’autore di 1984: «Ci manca solo che diventi il leader spirituale ed ecco come ti trasformo la democrazia, imperfetta come tutte, in una che solo Orwell poteva immaginare». Quindi cita il film Matrix affrontando il tema della cybersicurezza. Dal Pd, Anna Finocchiaro, ricorda le perplessità dei padri Costituenti Meuccio Ruini e Giuseppe Dossetti sul bicameralismo perfetto. Insomma, poi vai a dire che i politici di oggi non sono colti. A corredo delle punte più o meno folkloristiche (tra cui i cartelli con la scritta «NO» dei senatori di Sel e qualche mugugno durante il discorso di Renzi), fanno da cornice le posizioni politiche. Forza Italia, con la voce del capogruppo di Paolo Romani, esprime il rammarico: «Avevamo dato la nostra disponibilità, perché credevamo che fosse veramente arrivato il momento di unire l’Italia per il bene del Paese. Ben presto quel grande disegno si è trasformato in quello che è, un piccolo disegno di potere utile solo al Pd». Area Popolare, con Salvatore Torrisi, esprime il suo sì «convintamente», perché «è una riforma che l’Italia attende più di trent’anni». Sì anche da Ala, che parla con Riccardo Mazzoni, ma ribadisce le sue profonde perplessità sull’Italicum, perché «si corre il rischio che i prossimi governi restino in balìa di minoranze organizzate». Prima di lasciare l’Aula, Renzi confessa ai cronisti: «Sono molto contento di aver fatto questo intervento al Senato, ci tenevo molto». Il perché si ricostruisce dall’incipit, quando lui stesso ricorda che, al momento di chiedere la primissima fiducia sul programma, nel 2014, disse che avrebbe voluto essere «l’ultimo premier a farlo in Senato». Per adesso ci è riuscito. Per adesso...


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